Le Cascate del Carlone, nel piacentino per annullare l’ansia

24 February 2020
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In quecascate1sto momento di inquietudine collettiva, noi lombardi che ancora non ci troviamo isolati in zone rosse possiamo buttarla in gita. A poco più di un’ora da Milano in auto, direzione

Piacenza, in Val Trebbia, ci sono le Cascate del Carlone, una più piccola situata più in alto e la seconda più grande, di acqua sulfurea, collocata più in basso. Si tratta di un luogo poco battuto ed incontaminato. Lo si raggiunge dall’abitato di Bobbio, una meraviglia medievale che vale la pena visitare, ma non divaghiamo. Ci torneremo dopo. Da Bobbio si imbocca via del Bargo e si prosegue per circa 5 chilometri fino alla piccola frazione di San Cristoforo. In corrispondenza di un tornante inizia il sentiero 160 del CAI da percorrere a piedi per giungere alle cascate. In una passeggiata di una ventina di minuti si giunge a un bivio: scendendo a sinistra si va alla prima cascata di acqua termale del Carlone, mentre salendo a destra si arriva a quella alta.
Se si vuole camminare più a lungo è possibile lasciare l’auto un paio di chilometri prima dell’abitato di San Cristoforo, la strada tra l’alto è molto stretta e un po’ sconnessa, alla prima piazzola utile si può parcheggiare e continuare a piedi e in maggior sicurezza lungo la strada. Personalmente ho incrociato solo un paio d’auto. Le dolci colline piacentine rendono la passeggiata estremamente rilassante.
Il Carlone è un torrente lungo circa 10 km che nasce a 1.000 m. circa a metà delle Rocche del Casone (o di Colleri) verso la cima delle Scalette e sfocia nella Trebbia nella zona di San Martino di Bobbio.
I piedi della Cascata termale sono raggiungibili percorrendo un ultimo e brevissimo tratto di ferrata, dove occorre aiutarsi con una corda, ma ne vale la pena perché si arriva al laghetto d’acqua termale con proprietà termominerali, si tratta di acque salso-bromo-iodiche-solforose ricche di magnesio.

panorama cascateNel XI secolo i monaci di un vicino convento sfruttavano le saline della cascata e il laghetto per guarire le malattie della pelle. Nel medioevo allo scoppiò dell’epidemia di peste gli stessi monaci, ritenendo queste acque miracolose le utilizzavano per trattare i malati con fanghi, inalazioni e salvando, a loro dire, gli abitanti della zona e i pellegrini che passavano da Bobbio per percorrere la Via Franchigena dalla pandemia. E’ proprio da allora che la località verrà dedicata a San Cristoforo, considerato uno dei quattordici santi ausiliatori, cioè che recano aiuto, particolarmente invocati in occasione di gravi calamità naturali. Il patrocinio di San Cristoforo era in genere invocato durante le gravi epidemie di peste.
Non siamo ai tempi della peste, ma l’isteria collettiva di questi giorni mi indurrebbe a consigliare a tutti una bella gita alle Cascate del Carlone, anzi tutti no, creeremmo pericolosi assembramenti.

Se dopo la gita alle cascate voleste passare per Bobbio

Bobbio, il cui nome deriva da “Saltus Boielis”, cioè Monte Penice, a cui la cittadina si trova ai piedi, è un toponimo di origine celto-ligure proprio anche del torrente alle cui sponde sorse il Bobbio Piacenza Val Trebbiaprimitivo abitato dopo la conquista romana del territorio dal 14 a.C. Simbolo del borgo è il Ponte Gobbo, o ponte del diavolo, in pietra, di origine romana, che attraversa il fiume Trebbia con ben undici arcate irregolari.

La leggenda del Ponte Gobbo o Ponte del Diavolo

La costruzione di un ponte è da sempre stata considerata un'opera di grande ingegno, per questo la sua edificazione ha dato origine a leggende, che non di rado avevano come protagonista il diavolo. Colui in grado di unire due luoghi che la natura, ma anche Dio, aveva voluto separati. Si aggiunga che in questo caso, l'assoluta assenza di ogni simmetria o logica nella disposizione delle arcate del ponte, evochi di per sé una costruzione diabolica. La leggenda narra che San Colombano volesse unire le due sponde del fiume Trebbia per poter accelerare l’evangelizzazione del luogo, e che il Diavolo si offrì di aiutarlo costruendo un ponte in una sola notte, a patto di avere in cambio l'anima del primo che lo avesse attraversato. San Colombano accettò e il demonio costruì l’opera con l'aiuto di un gruppo diavoli di altezza e corporatura diversa, ognuno dei quali eresse la sua parte in modo personale e difforme dagli altri ottenendo la caratteristica gibbosità ed irregolarità del ponte. Al mattino il santo monaco tenne fede alla parola data, ma giustificandosi con l'osservazione che il ponte non era stato costruito secondo le regole, ingannò il demonio facendovi passare per primo un cane. L’ira del diavolo fu tale che sferrò un calcio al ponte, stortandolo.

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Sara Rossi

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